Di fronte allo stesso evento, diverse persone fanno diverse esperienze (anche molto diverse).
Questo fatto è così ovvio che le persone discutono e magari litigano su tutto, a partire proprio dalla esperienza dello stesso evento che si vorrebbe condivisa ma che nella pratica non lo è affatto.
Infatti, essendo io testimone sempre e solo della mia personale esperienza, per accettare che l’altro ne abbia una diversa dalla mia in risposta allo stesso evento, dovrei accogliere l’idea che niente è come sembra.
Il che naturalmente può essere difficile.
Fra i tentativi di comprendere meglio l’esperienza umana, alcuni si sono concentrati sulle sue componenti, cercando quindi di segmentare questo fenomeno unitario ed olistico in ambiti specifici.
In questo senso, le emozioni sono uno degli ambiti più esplorati.

Moshe Feldenkrais ha ritenuto di suddividere l’esperienza umana in quattro ambiti: pensiero, emozioni, sensazioni (dei sensi) e movimento e su questo costrutto desunto dalla esperienza pratica, ha elaborato il proprio metodo basato sulla consapevolezza motoria, considerandolo efficace nello sviluppo e nel miglioramento della intera esperienza umana e cioè della intera persona (in una concezione olistica quindi).
Peter Levine, con una provenienza ed una formazione scientifica in psichiatria ed una vocazione al lavoro sul trauma, ha suddiviso l’esperienza umana in cinque piani: sensazione, emozione, immagine (sensoriale), comportamento e significato. In questo, la base del Metodo Somatic Experiencing sta proprio nella sensazione in quanto principale veicolo attraverso il quale il sistema nervoso autonomo si esprime, un principio sul quale si basano diverse tecniche e metodi, primo fra tutti il Focusing di Eugene Gendlin che è stato il primo a inquadrare questa modalità.
Naturalmente si tratta sempre di descrizioni dell’esperienza umana (non la verità quindi) elaborate con fini pratici/terapeutici, dunque e per inciso, essendo elaborate ed utilizzate da terapeuti e ricercatori eminentemente laici, forse anche cercando la massima semplificazione tutti (o quasi) tralasciano l’ambito spirituale che manca perciò con una certa evidenza.
A mia conoscenza solo Raja Selvam ha esplicitamente cercato di includere la propria spiritualità in un metodo terapeutico somatico.
Semplificando e idealizzandola, l’esperienza che noi facciamo è quindi descrivibile come qualcosa di unitario che si estende contemporaneamente su cinque o (meglio io direi) sei dimensioni delle quali possiamo avere consapevolezza.


