L’ideale, in un certo senso, sarebbe poter cambiare qualcosa senza doverlo toccare.
Togliere lo sporco senza doverci mettere le mani, in effetti sarebbe bello., perfetto e facile…
E in vero il processo naturale dei nostri cambiamenti, quello che avviene spontaneamente in noi quando cambiamo, non richiede necessariamente la nostra consapevolezza: dunque se ci affidassimo unicamente ai processi naturali di cambiamento, spesso avremmo la fortuna di rimanere nell’alveo ideale della inconsapevolezza e potremmo assistere al mutamento in noi come assistiamo allo sbocciare del fiore, un processo naturale del quale essere spettatori.
Non ci affidiamo unicamente alla spontaneità del cambiamento in noi, io credo, un po’ per la nostra natura di esseri fragili sopravvissuti alla natura feroce del mondo grazie allo sforzo del nostro muscolo cerebrale (così inconsistente rispetto alla muscolatura scheletrica ma così efficace), e un po’ non ci affidiamo alla naturalità del cambiamento perché vogliamo andare oltre la natura stessa, appunto, avendo necessità di superarla per non venir divorati dal mondo aggressivo e cannibale che ci circonda.
Per questo facciamo il massimo tesoro della nostra capacità di pensare ed elaborare con il nostro muscolo cerebrale, la cognizione, e proprio in questo abbiamo scoperto la consapevolezza.
La consapevolezza, intendo sia come capacità di vedere sorta dall’uso costante e dall’allenamento del muscolo cerebrale, e sia in quanto occhio che vede e vista che mi permette di manipolare col pensiero ciò che desidero, ciò che posso mettere a fuoco.
La consapevolezza in effetti è un po’ ovunque oggi e in tutti i campi essa viene indicata come la nostra massima espressione: gli sportivi lavorano sulla consapevolezza corporea, i danzatori anche, gli scienziati come Damasio, i medici, i politici, gli psicoterapeuti, gli insegnanti a scuola, gli assietenti sociali…. insomma tutti.
Noi non pensiamo più quindi solo sull’onda delle sensazioni, delle emozioni urgenti e di quel che accade fuori da me e richiede una risposta, ma possiamo pensare anche rivolgendo volontariamente la nostra consapevolezza ad un oggetto interiore o esteriore per soffermarci su quello.
Quando siamo in difficoltà o a disagio o soffriamo e desideriamo il cambiamento, una pratica utile ed apparentemente semplice è proprio questa: cercare di rivolgere la consapevolezza a ciò che ci fa soffrire.
La lingua batte spontaneamente dove il dente duole, certo, ma per curare il dente occorre sapere se si tratta di un molare o di un incisivo, se si trovi nell’arcata superiore o inferiore, a destra oppure a sinistra, altrimenti sento il dolore ma non so dove portare la cura.
Questo del dedicare attenzione e consapevolezza al proprio dolore o disagio, è un passaggio che noi cerchiamo di evitare perché come dicevo, l’ideale sarebbe poter cambiare qualcosa senza doverlo toccare, assecondando il desiderio infantile di poter risolvere allontanandosi dal problema, correndo lontano dal fuoco che brucia.
Invece il dolore o il disagio o il fastidio, richiedono proprio il contrario, cioè sono inviti ad aumentare la propria consapevolezza.
E’ infatti possibile verificare nella pratica che in vero si tratta proprio di questo: è avvicinandosi al disagio ed al dolore che si innesca il cambiamento e alle volte è addirittura dirimente la sola consapevolezza della questione.
In questa prospettiva, la consapevolezza è una sorta di occhio quindi, che ci permette di vedere un oggetto e di sostare su di esso con la nostra attenzione, ricavandone una descrizione più accurata e precisa grazie all’ascolto delle sensazioni, delle emozioni, delle immagini e dei significati che questo ci suscita.
Occorre perciò molta onestà in questo esercizio di consapevolezza, e un certo coraggio umile per poter accogliere la descrizione della questione così come emerge dall’ascolto, rimanendo più aderenti possibile alla verità.
Tutto questo può essere difficile, diciamo così, e perciò un accompagnatore di fiducia può essere di sostegno e di grande aiuto.
Una volta che la persona sia consapevole in un buon grado del proprio disagio, dolore o problema, solo allora tutto il suo essere potrà rivolgersi ad esso (consapevolmente e inconsapevolmente) cercando un modo per cambiare la situazione: qui spesso non è tanto la volontà o la determinazione ad essere efficace, quanto la semplice elaborazione profonda che fa maturare spontaneamente l’evoluzione necessaria a risolvere.
Puoi cambiare quindi solo quello che conosci, anche se sarebbe meglio dire che puoi cambiare solo quello che sei disposto a conoscere.
Se non vedi di che cosa si tratta, se non sai di che cosa si tratta davvero, sarà difficile “afferrare” la questione per poterla cambiare, perché sarà come andare alla cieca, per tentativi in una stanza buia.
Hai bisogno di sapere e perciò di avere consapevolezza del tuo disagio o del tuo dolore, per poter dare inizio al cambiamento che ti è necessario.
In questo, poter dare un nome alle cose, è davvero essenziale.
Poterle descrivere a parole è fondamentale perché anche se in sé non risolve, questo ti permette di dare inizio al cambiamento orientando il tuo sguardo, il tuo sentire e tutte le tue energie e le tue capacità nella giusta direzione.
Incluse le energie e capacità di cui non sei ancora consapevole (un paradosso virtuoso quindi).