In questi giorni ho avuto vicino una persona che non è lontana dalla fine, mi sembra, vuoi per l’età anagrafica di quasi 90 anni, vuoi e soprattutto per le condizioni della sua salute fisica e mentale, che mi hanno molto impressionato.
Naturalmente la mia impressione può non avere nulla di realistico: davvero nessuno può sapere chi è vicino alla morte e chi no.
Io però ho ripetutamente avuto la sensazione che questa persona stia proprio aspettando di morire, facendo scorrere il tempo in questa attesa e nel frattempo (appunto) lasciandosi andare del tutto, lasciandosi andare a corpo morto.
Lasciarsi andare del tutto, detto così può suonare anche bene, anche se in questo caso meglio sarebbe osservare che cosa viene lasciato andare prima di giudicare se sia bene o se sia male.
Questo contatto ravvicinato, questo breve relazionarsi durato 48 ore, mi ha toccato e mi ha impressionato.
E nel giudizio e nelle valutazioni che ho fatto in seguito, nei pensieri che mi sono emersi durante e nelle sensazioni del mentre, mi sono chiesto se io sarò capace di morire meglio di questa persona, cioè se io sarò capace di morire bene.
Perciò stanotte pensavo e penavo al buio.
Morire bene per me è morire con sentimenti di speranza e gratitudine e ottimismo magari e anche con un po’ di paura, di eccitazione forse.
Morire bene per me è morire con un senso di significato, di aver vissuto un’esistenza con un significato, di avere io come persona dato un significato.
Morire bene per me è morire sentendo di non essere solo ma di far parte.
Morire bene per me è morire senza molto dolore.
Morire bene per me è morire con ancora un affetto per la vita.
Quindi morire bene per me è come vorrei vivere: con speranza, gratitudine, ottimismo e un po’ di paura e di eccitazione.
Vivere una esistenza che ha un significato, sentendo di far parte.
Vivere senza troppo dolore, provando affetto per la vita.

