Non c’è niente di sbagliato in te

E’ frequente incontrare persone che di fronte alle difficoltà o ai disagi che fronteggiano nella vita, assumono che ci sia qualcosa in loro che non va, qualcosa di sbagliato da correggere o qualcosa di rotto da riparare.

E’ possibile anche che questa credenza sia introiettata così a fondo da non essere nemmeno cosciente ed esplicita, dunque la persona potrebbe non pensarla e non crederla ma semplicemente viverla come un dato di fatto oggettivo, giungendo ad una completa identificazione: io sono così.

Io sono così, sono sbagliato, non funziono bene, sono inadatto oppure sono malato, ed è per questo che soffro, per questo non riesco e per questo sono a disagio o sto male.
Questa assunzione e identificazione genera spontaneamente nella persona un carattere, cioè una struttura esterna all’autentico centro dell’essere, che lo ricopre e lo protegge consentendo un qualche livello di miglior funzionamento e di giustificazione alla sofferenza.

Io allora divento il tipo di persona che si arrabbia spesso, oppure il tipo di persona che è sempre servizievole, o il tipo che abitualmente subisce e si adatta e non reagisce, o anche la persona che normalmente si nasconde e non dice evitando qualsiasi vero contatto.
Questi sono esempi, naturalmente, perché le strutture caratteriali possono davvero assumere una molteplicità di forme.
Una descrizione di queste strutture caratteriali (non la verità quindi ma una mappa), può essere quella proposta a partire da cinque tipi generali; schizoide, orale, psicopatico, masochista e rigido che corrispondono a cinque tipi di ferite o di traumi dello sviluppo: rifiuto, abbandono, ingiustizia, umiliazione, tradimento.

In ogni caso, nel punto in cui la struttura del carattere tocca l’essere autentico della persona, il punto di origine del carattere diciamo che da lì si espande per ricoprire l’essere e proteggerlo, in quel punto esatto si trova la credenza che ci sia qualcosa di sbagliato all’interno di me, di rotto e non funzionante, di inadatto o di malato.
Questa credenza necessita di un sentimento di colpa naturalmente, per bilanciare e giustificare la relativa punizione cioè il disagio, la difficoltà, l’incapacità o il dolore vissuto nell’esistenza.
E’ un complesso unitario questo, dove credenza e colpa sono due facce della stessa medaglia che chiamiamo carattere, perciò senza una non esisterebbe l’altra ed il carattere stesso cesserebbe di alimentarsi.

Questo complesso di credenze/colpa e carattere, avvolge e protegge l’essere autentico della persona come fosse una spirale in lento movimento e così lo distacca dallo scorrere del tempo e della vita assumendo forme fluide e adattative, con lo scopo di mantenerlo stabile e vivo in uno stato di sopravvivenza motivato dalla ferita o dal trauma iniziale.
Si tratta di un fenomeno spontaneo, diffuso e del tutto naturale negli esseri umani.

In questo stato, essendo distaccata dal proprio essere autentico, la persona non percepisce più la propria innocenza e vulnerabilità ed arriva in questo ad ergersi come un dio giudicante che non ammette la più piccola imperfezione, nutrendo così il senso di colpa e la sensazione profonda di essere sbagliato e di avere qualcosa da correggere, il che come detto può sempre giustificare il disagio, il dolore e le difficoltà.
Una situazione che potrebbe sembrare adatta all’instaurarsi di ossessioni e pensieri invasivi, cioè all’avviarsi di un disturbo ossessivo compulsivo, come viene chiamato.

Non percependo più la propria innocenza perché coperta dal carattere, la persona è così lontana dalla propria autenticità (la propria verità interiore) che non può più concepire nemmeno per ipotesi che la ferita subita abbia prodotto una esperienza e che questa sia maturata in un atteggiamento difensivo, come sarebbe del tutto naturale se questo processo non fosse stato alterato dalla sopraffazione che noi riconosciamo nel trauma o nella ferita.
Dunque: il fuoco mi ha bruciato il dito perché sono stupido e non riesco a fare nulla.

Considerare e valutare la propria innocenza, anche solo temporaneamente e per ipotesi, può essere quindi uno dei primi passi per mettersi in una prospettiva più ampia e meno definitiva, una prospettiva più libera insomma.
Per qualche minuto vogliamo considerare di essere innocenti, per qualche istante non ci consideriamo stupidi ed incapaci, inadatti, sbagliati o malati, ma ipotizziamo di non avere nessuna colpa e di essere delle creature autentiche e perfette.

Perciò semplicemente il fuoco mi ha bruciato il dito ed io ho imparato che è meglio non avvicinarsi troppo alla fiamma (una esperienza che matura in un atteggiamento).
Certo, potrebbe essere proprio così.
Ma quale esperienza reale potrebbe avermi indotto a credere di essere stupido ed incapace quando il fuoco mi ha bruciato il dito?
Il fuoco naturalmente non mi ha giudicato.
Chi mi ha giudicato stupido e incapace in quella occasione?

La risposta alla domanda può essere difficile, davvero difficile da ascoltare perché la persona in questo stato potrebbe non riuscire a credere che sia davvero possibile: infatti è sempre nel cuore dell’essere autentico che si è fatta questa esperienza reale, laddove si muovono i sentimenti più teneri e universali, come l’amore.
Certo non avevi un rapporto sentimentale con il fuoco quando ti sei bruciato il dito: quindi quello non poteva
toccare il tuo cuore.

Non c’è niente di sbagliato in te, credimi.
Sotto al carattere protettivo che necessita di credenze, dolore e colpa, c’è il tuo essere autentico che è innocente e ferito.
Da lì proviene il dolore che senti.